L'iniziativa
"Amici di Piero Martinetti"

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    Piero Martinetti è una delle rare personalità filosofiche di cui il Novecento italiano possa fregiarsi. Il suo idealismo religioso ebbe scarsa eco nell’epoca in cui egli visse ed operò: dominata piuttosto dal contrasto e dalla polemica tra un idealismo immanente ed un pensiero religioso dogmatico, ispirato al realismo neotomista. Anche la sua teoresi, che si esprimeva in un gergo schiettamente metafisico, non disposto a compromessi con la novità espressa dalle nascenti ermeneutiche: neopositivista o fenomenologica, parve a molti provenire da un arcaismo filosofico, da cui ci si voleva emancipare. Nonostante questa voluta inattualità, confermata ed aggravata dalla aperta persecuzione di cui la sua opera fu vittima, in vita e anche post mortem, il destino di Martinetti non è stato quello dell’oblio. Egli ha avuto non solo discepoli ed estimatori, sovente attratti dalla severa lezione di virtù civica, cui seppe ispirare la sua scelta di opposizione al regime fascista, ma numerosi lettori, affascinati anche dal tratto aristocratico ma non esoterico del suo stile di scrittura. Alla fine del secolo si è assistito anzi a una rinascita dell’interesse scientifico per Martinetti, incoraggiato dagli immancabili bilanci sul destino della cultura filosofica nel “secolo breve”.
Si è così confermata la profezia di Norberto Bobbio, che commemorandone l’ascetica figura nel ventennale della morte, lo paragonava a quella di uno dei filosofi (Plotino?), raffigurata da Raffaello nel celebre affresco delle Stanze Vaticane: “Nel grande affresco della Scuola di Atene di Raffaello vi è un vegliardo, tutto ravvolto in un ampio mantello che gli lascia scoperte soltanto le mani, chiuso in se stesso, assorto, quasi accigliato, che se ne sta appartato sulla scalinata come se le dispute degli altri dotti non lo riguardassero. Così era Martinetti. Non accettò mai volentieri la discussione, per non lasciarsi distrarre dal suo disegno ideale. Tollerantissimo dell’altrui pensiero ma incrollabile nel proprio. La limacciosa fiumana dei tempi in cui visse non riuscì a smuoverlo di un millimetro. Ed è per questo che ora riemerge da tante macerie. E chi provi ad andargli incontro, lo trova ancora fermo e ritto al suo posto”. Sono parole pronunciate nel 1963, quando Bobbio dettò le bellissime parole della lapide commemorativa di Piero Martinetti, che ancora si possono leggere sulla sua casa di Spineto di Castellamonte. Ma forse solo oggi siamo in grado di capirne il valore, quando sentiamo a nostra volta il dovere di riemergere da altre “macerie”, non soltanto materiali, ma culturali ed etico-civili. A questo spirito intende ispirarsi la Società degli Amici di Piero Martinetti, promossa dal piccolo gruppo di amici raccolto nella Fondazione Casa Martinetti, da poco inaugurata. Essa si propone come l’anima, aperta a nuovi incontri, delle attività istituzionali e scientifiche, che la Fondazione intende promuovere, in stretto collegamento con le Istituzioni culturali e accademiche disposte a collaborarvi. L’idea di società richiama quella di comunità o di “chiesa invisibile”, a cui Martinetti amava fare ricorso, per sottolineare il carattere aperto, non esoterico, ma anche intimo e severo, che l’impegno di testimonianza del Vero (sia filosofico, sia religioso) sempre richiede. A questa idea di tolleranza, ma anche di intransigenza morale, vogliamo rifarci, nella persuasione che se, con umiltà e semplicità di intenti, proveremo ad “andare incontro” a Martinetti, lo troveremo “ancora fermo e ritto al suo posto".

 

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